Nathalie Deposé – La frontiere

Gran parte del dibattito sulla fotografia si concentra principalmente su cosa sia la fotografia piuttosto che su cosa essa effettivamente compia. Questo cambio di prospettiva enfatizza la materialità dell’immagine che “esiste nel tempo e nello spazio, perciò in esperienze sociali e culturali”. Come discusso da Elizabeth Edwards nel saggio Photography and the Sound of History la fotografia è un oggetto relazionale costruito e assume significato in relazione al contesto storico culturale, il quale non riguarda meramente i fatti storici ma include interpretazioni personali ed esperienze collettive. Al di là delle sue attinenze storiche, è un mezzo che contribuisce attivamente nella formazione dei meccanismi attraverso i quali osserviamo e narriamo la storia.

L’album di famiglia tradizionale - spesso trascurato dai teorici della fotografia mentre guardato con grande attenzione dagli antropologi - rappresenta uno strumento utile per interrogarsi riguardo al contesto sociale che la fotografia stessa contribuisce a formare grazie alla sua sola esistenza. L’album di famiglia è quindi diventato, involontariamente, uno strumento di narrazione di storie sia personali che collettive. La ripetizione di immagini e di eventi che possono essere trovati nella maggior parte di questi (come matrimoni, compleanni, battesimi e vacanze) appartengono ad un tempo specifico e riflettono il contesto storico in cui sono state scattate.

Con il declino dell’album di famiglia dovuto allo sviluppo di nuove tecnologie, all’avvento della fotografia intesa come disciplina artistica e ai profondi cambiamenti sociali che hanno sconvolto l’idea di famiglia tradizionale, gli strumenti adoperati per esplorare e documentare le storie di famiglia sono anch’essi cambiati profondamente. Mentre l’album di famiglia tradizionale serviva la costruzione di un’identità familiare attraverso la commemorazione e la celebrazione di successi ed eventi importanti, i fotografi contemporanei utilizzano il medium fotografico come strumento per re-investigare e ri-esplorare la tradizionale narrativa familiare.

Nel 2015 la fotografa francese Nathalie Déposé inizia il suo lavoro intitolato La Frontière nel quale ripercorre il viaggio compiuto dal nonno all’età di dieci anni per attraversare il confine dalla Spagna all’Italia nel 1932. Deposé avvia un viaggio nel quale ri-esplora la sua storia familiare elaborando una visione personale, assemblando e scomponendo i ricordi frammentati raccontategli della sua famiglia, facendo interagire nuove immagini con immagini dall’archivio di famiglia. Le immagini recuperate da suo nonno si fondono con le fotografie scattate dalla giovane fotografa, come un paesaggio in continua espansione attraverso il tempo passando dallo sguardo di differenti generazioni. Il paesaggio alla frontiera tra Bagnère de Luchon a la Val d’Aran appare così senza tempo e perturbante. Le immagini offrono poche o nessuna informazione sul viaggio in sé compiuto dal nonno. Al contrario, aprendo una finestra sulla storia personale della propria famiglia, il lavoro fotografico di Nathalie Déposé rielabora le pieghe ed i frammenti della memoria, con un lavoro che mette in relazione i fatti con la finzione, inasprendo le complessità della memoria e come essa viene tramandata.

Superando una documentazione più didascalica, il lavoro di Deposé è una ricostruzione di una narrativa che mette in campo diverse strategie per rendere visibile l’insieme di relazioni che costruiscono una fotografia e la propria fisicità. L’intervento diretto sul media riporta la fotografia nel mondo del reale, nel quale i processi creati diventano loro stessi processi sociali. Edwards sottolinea come “le fotografie non diventino semplice storia visiva ma fondamentale storia verbale, collegata a suono, gesto e relazioni umane.”

L’attuale proliferazione di lavori fotografici che esplorano le radici familiari attraverso un’indagine sulle migrazioni rappresenta una riflessione diretta dei fenomeni globali contemporanei in cui le frontiere spariscono a favore dei confini. Ricostruire la propria identità diventa un processo scrupoloso che fiancheggia il lavoro degli antropologi, in delicato equilibrio tra realtà e finzione. La fantasia riempie i buchi tra fatti storici, componendo un mosaico di suggestioni contemporanee sui fatti da tempo passati, il personale e l’esperienza collettiva, il tutto unito in un’unica impronta di un determinato luogo e tempo.

Testo di Benedetta Casagrande.

Per vedere più lavori di Nathalie Déposé www.nathaliedepose.com

  1. Edwards, Elizabeth. Photography and the Sound of History, Visual Anthropology Review, 2005